L’epopea samurai – Parte terza

L’epopea samurai – Parte terza

Il lascito di una cultura ultramillenaria

Nel periodo di torbidi che seguì l’ingresso con la forza delle potenze straniere in Giappone (Bakumatsu ran) si scontrarono le neonate e già in parte modernizzate forze imperiali e quelle delle shogun.

Tokugawa Yoshinobu fu costretto all’abdicazione nel 1868 dopo essere stato stretto d’assedio e vinto a Edô.

L’imperatore, ripreso nelle sue mani dopo un intervallo millenario il potere temporale,  trasferì la sua residenza da Kyotô a Edô, che prese il nuovo nome di Tokyô (capitale dell’est).

Già pochi anni dopo, come mostra la foto dell’ufficiale a cavallo, risalente al 1876, l’esercito imperiale è completamente rimodellato sull’esempio di quelli occidentali.

La politica imperiale deve accettare però l’irrevocabilità dell’apertura al mondo esterno e la conseguente necessità di riformare completamente la nazione.

Nel 1876 viene emanato l’haitô rei, editto che vieta il porto delle due spade e l’acconciatura chommage tradizionale, abolendo la stessa classe samurai.

 I tradizionalisti di Satsuma e Soshu che avevano prima combattuto per l’imperatore, sentendosi traditi, gli si rivoltarono in armi.

 

 

La “ribellione di Satsuma” venne guidata dal generale Saigō Takamori, che aveva comandato solamente pochi anni prima le truppe imperiali che risalivano dal sud per affrontare ad Edô quelle delle shogun.

Venne debellata definitivamente nella battaglia di Shiroyama, nell’autunno del 1877, in cui Takamori scomparve.

La battaglia pur inutile e perdente dei tradizionalisti ha lasciato profonda impressione nel popolo giapponese.

La figura di Saigo Takamori è paragonabile per popolarità a quella di Giuseppe Garibaldi nella storia e nella iconografia popolare italiana.

Ad Aizu un monumento ricorda i 19 adolescenti tradizionalisti Byakkotai (Corpo delle Tigri Bianche) che si uccisero credendo erroneamente perduta la fortezza che avevano il compito di difendere contro l’assalto delle truppe mperiali.

Assieme ad altri 3 reparti, ognuno dei quali intitolato ad uno degli animali mitici che presidiano i 4 punti cardinali, il Byakkotai fu reclutato tra i giovani samurai delle tre classi tradizionali di cui abbiamo parlato in precedenza.

Il reparto, composto da giovani tra i 16 ed i 17 di classe shichu, rimase isolato nel corso di uno scontro e credendo ormai caduta la fortezza, che sembrava avvolta dalle fiamme, decisero di compiere seppuku piuttosto che arrendersi.

Se i cambiamenti epocali dell’era Meiji comportano il definitivo tramonto dell’epopea samurai, costituiscono però l’ambiente in cui matura l’alba delle arti marziali moderne.

 

 

 

 

 

 

La velocità dei forzati cambiamenti ha forse aiutato il Giappone a percepire la gravità dell’imminente perdita del suo patrimonio millenario e a prendere provvedimenti.

La tradizione marziale nipponica in particolare viene tramandata attraverso una riorganizzazione dei koryu (古流). le antiche scuole e del kobudo (古武道) in genere.

La stampa di Karsukawa Shunsho (1775 circa) rappresenta il guerriero e poeta Sangi Hitoshi, figura semileggendaria del X secolo, intento a esprimere la sua ammirazione alla cortigiana Ukon.

 

Si è detto che queste antiche arti, definite di norma jutsu ( metodo) erano volte soprattutto all’efficacia pratica.

Non si può concordare completamente ma è innegabile che le nuove arti elaborate a partire dall’epoca Meiji pongano maggiore enfasi sui valori formativi della cultura samurai, riducendone la componente aggressiva.

L’immagine, dai manga del grande Katsushika Hokusai, rappresenta la pratica in un dojo tradizionale di epoca Edô.

 

Nel 1895 il governo giapponese istituiva il Dai Nippon Butotu Kai, sotto il controllo del Ministero dell’Educazione.

SI trattava di un ente che aveva lo scopo di tramandare il patrimonio marziale del Giappone.

Gli interventi mirarono ad uniformare metodi di insegnamento, adattandoli ai nuovi tempi, organizzare attività di difusione e conservare memoria del patrimonio del passato.

 

 

Sciolto nel dopoguerra dalle autorità di occupazione, il Dai Nippon Butotu Kai è stato  ricostituito nel 1953 e riconosce al momento 12 discipline:

  • aikidô,
  • daitô ryu aikijujutsu,
  • jôjutsu,
  • judô,
  • jujutsu,
  • karate,
  • kendo,
  • kosshijutsu,
  • kyujutsu,
  • iaidô,
  • Okinawa kobudô,
  • sôjutsu.

Delle tante scuole di spada nei secoli passati, rispecchianti la fitta e spesso inpenetrabile suddivisione territoriale del Giappone feudale, sono rimaste soprattutto le più antiche ed importanti, modificate ed adattate ai tempi.

Accanto ad un certo numero di scuole minori, vennero incanalate nei due filoni del kendô (剣道), disciplina competitiva, e dello iaidô (居合道), disciplina formale.

 

 

 

Pur privilegiando l’uso della spada e di altre armi bianche, esistevano in Giappone anche numerose discipline a mano nuda.

Da alcune di esse nel 1882 Jigoro Kano (1860-1938) deriva un suo metodo che chiama judô (柔道 via della adattabilità).

Il judô si afferma in breve tempo, anche riportando la vittoria in numerosi tornei interstile organizzati dalle forze dell’ordine e dall’esercito per selezionare i propri istruttori.

E’ la prima disciplina che qualifica se stessa non come metodo (jutsu) ma come percorso di vita ( dô).

L’immagine proviene dall’opera di esordio di Akira Kurosawa, Sugata Sanshiro, dedicata alla vita del primo leggendario campione del Kodokan, la scuola centrale del judô: Shiro Saigo.

Ci riallacciamo ora alla teoria della ripartizione delle discipline marziali in tre categorie.

E’ stata elaborata alcuni anni fa dal sottoscritto, e per chi ne fosse interessato se ne parla più diffusamente altrove:

 

 

 

 

 

 

Arti marziali competitive:

questo metodo, tipico ad esempio del judō e del kendō, prevede e richiede sistemi di verifica oggettiva incentrati su una competizione vincolata a regole e convenzioni e che certifichi l’esistenza di un vincitore e di un vinto.

Occorre dire che queste metodiche originariamente rimangono aliene dalla ricerca della vittoria a tutti i costi: ad una rigorosa preparazione quotidiana segue il momento di un confronto aperto e leale, privo di tatticismi, in cui si accettano con la medesima imperturbabilità sia la vittoria che la spesso necessaria sconfitta.

Sono spesso purtroppo oggigiorno pesantemente inquinate dalla diffusione internazionale che ne causano uno sbilanciamento  verso il raggiungimento del risultato a qualunque prezzo.

Arti marziali formali:

Sono rappresentate da quei metodi didattici ove si studia e si pratica a solo, senza controparte umana ma misurandosi con un kata (型 forma) da riprodurre al meglio.

E’ una pratica indirizzata al miglioramento di se stesso, anche in previsione di ogni tipo di confronto, ma che rinuncia ad adattare la pratica a queste ipotesi conflittuali.

Nella immagine: il maestro di iaidô Nakayama Hakudô (1872-1958), considerato la figura maggiormente rappresentativa del Muso shinden ryu nel XX secolo.

Arti marziali relazionali:

in questo gruppo di arti, di cui probabilmente l’aikidō è quella maggiormente diffusa e conosciuta, si pratica costantemente assieme ai compagni, in coppia od in gruppo (kakarikeiko), alternandosi nelle parti di assalitore e difensore, che di norma prevale ma senza schiacciare od annientare la controparte.

Il praticante calibra il livello della sua azione sul livello di aggressività o pericolosità dell’attacco, mantenendo un atteggiamento mentale e corporeo di assoluta serenità.

Nella immagine Asai Katsuaki sensei. Risiede in Germania fin dagli anni 60 ma è stato fin da allora presente molto spesso in Italia tenendovi regolarmente dei seminari.

Elaborata dal grande maestro Ueshiba Morihei a partire dal 1926 circa, ossia circa due generazioni dopo la nascita del judô, l’arte dell’aikidô è probabilmente la più nuova ma anche la più moderna delle discipline di derivazione marziale.

Abbiamo visto però come le sue lontane radici si spingano attraverso il Daitô ryu ed il tegoi fino alle origini stesse della cultura samurai.

 

 

 

 

Nel programma di Tada Hiroshi sensei è prescritto lo studio delle vite e del pensiero dei grandi guerrieri del passato, ad ulteriore prova del legame indissolubile che lega l’aikidô alla tradizione samurai.

Tra essi Isenokami Nobutsuna (1508-1577 circa):

Colpire con decisione e senza incertezze. Pulito.
Gesto raffinato, ampio e sicuro.
Essere determinati nella pratica.
Non avere tensioni nel corpo.
Avere le spalle rilassate e basse.
Saper muovere il corpo con cura.
Movimento dei piedi chiaro e leggero.
Spirito calmo e sicuro. Ampio.
Non avere dubbi ed esitazioni.
Avere una postura naturale.
Tempo del colpo chiaro e sicuro.
Avere uno spirito che non si irrigidisca.

Dopo Nobutsuna, vissuto immediatamente prima dell’epoca in cui fiorisce il pensiero samurai, un grande maestro vissuto nel crepuscolo di questa epopea: Yamaoka Tesshu (1836-1888).

Una catena ininterrotta che corre, attraverso azioni e pensieri, per oltre 1200 anni.

Non concentrarti
Nel colpire il tuo avversario
Muoviti naturalmente
Come raggi di luna che penetrano
In una capanna senza tetto

Grazie a tutti voi che siete arrivati a percorrere fino in fondo questa proposta di ricerca.

Che non si esaurisce naturalmente qui, ma vuole essere uno stimolo per ulteriori ricerche, sia personali che condotte all’interno di una comunità di percorso.

Paolo Bottoni
Dojo Fujimae di Pisa
www.aikidopisa.it

NOTA: Le immagini che illustrano i costumi tipici dei samurai di epoca Edo provengono dalle opere dei maggiori maestri del cinema jidai giapponese: Akira Kurosawa (Kagemusha), il suo allievo Takashi Koizumi (Ame agaru), Kei Kumai (Il mare e l’amore), Kon Ichikawa (Dora heita), Nagisa Oshima (Gohatto).

 

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