Siamo solo di passaggio

Siamo solo di passaggio

Questo articolo nacque tempo fa dal mai superato rimpianto della perdita materiale del proprio maestro, evento che pure è inevitabile e necessario. Torna, se vogliamo, di stretta attualità nel momento in cui, a causa della pandemia, siamo privati anche di quello che è il maestro immateriale: il Dojo. La pratica, il tatami: comunque lo si voglia chiamare. Dobbiamo essere in grado di mantenere vivo dentro di noi la fiammella dell’arte, in attesa di poter tornare a lasciarlo ardere quel fuoco nei nostri corpi. Se non saremo in grado di fare questo, di resistere alla tempesta, sarà stato vano, effimero tutto quanto credevamo di avere costruito con la pratica di aikido, in noi o nei nostri allievi. Dobbiamo dimostrare che il nostro passaggio nell’arte dell’aikido, anche ove dovesse terminare, ha gettato un seme.

 

Un allievo, o per meglio dire un ex allievo, stringendo in pugno il suo diploma (ancora caldo delle mani del sensei che lo aveva da poco consegnato) mi ricordò che quel suo grado era in fin dei conti anche mio. E’ vero: il lavoro dell’insegnante si materializza attraverso le successive tappe raggiunte da chi lo ha seguito e si è avvalso poi facendola propria, ma con modalità e con percentuali stabilite a suo esclusivo giudizio, della impostazione ricevuta.

Omen nome, il monte Meta nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Una volta raggiunta la Meta, se ne può solo scendere. Ma si risalirà di nuovo

E’ questo secondo me il compito dell’insegnante: creare indipendenza, non dipendenza. Liberare il discepolo dall’obbligo di seguirlo. Questo non vuol dire che debba cessare il rapporto insegnante – allievo: potrà continuare, ma sarà motivato dal piacere e dal rispetto reciproco. Non dal bisogno.

Detto questo, probabilmente in quell’occasione sono apparso un po’ tiepido; nonostante la mia ben nota tendenza al ragionamento, anzi forse proprio per questo, sono fondamentalmente un istintivo e quella è stata la mia reazione: involontaria quanto istintiva ma proprio per questo autentica. Non era solo apparenza.

Ma devo rendere conto delle ragioni.

Ogni obiettivo, ogni passo, va valutato accuratamente prima di inserirlo nel proprio progetto di vita. Nulla può essere raggiunto – da nessuno – se non viene voluto con fermezza e perseguito con coerenza. Ma nel momento stesso in cui gli mettiamo le mani addosso il nostro obiettivo, il nostro sogno, si smaterializza. E perde di importanza. No, non di importanza… di significato… no, nemmeno questo.

Si smaterializzano anche l’importanza e il significato. Senza per questo scomparire.

Quando l’abbiamo sognato, programmato, preparato, attuato il nostro obiettivo non esisteva. Dovevamo raggiungerlo, ma fino a quel momento non sarebbe esistito. E quando l’abbiamo raggiunto?

Cessa di esistere.

Porta Ootorii, tempio Daishoin. In mare aperto, a sottolineare il mistero del passaggio verso la conoscenza. Foto di M. Stillante

Proprio perché l’abbiamo raggiunto. Non c’è più. E’ passato. Non è utile pensarci ancora. E’ certamente un passaggio positivo, ma appunto solamente un passaggio; nulla più che un passaggio.
Occorre pensare al futuro. Dimenticare quel passaggio? No: non dargli importanza. Prima sognarlo. Programmarlo. Prepararlo. Attuarlo. Ma poi continueremo a vivere nel presente, in cui quel passaggio non esiste più e quello successivo non esiste ancora.

Tenterò di rendere meglio queste mie idee – poche ma confuse – con un esempio che mi è reso possibile dalla ingravescentem aetatem che altre volte torna di impaccio. Tantevvero che tutti se ne lamentano per quanto stranamente nessuno intenda rinunciare ad arrivarci. E’ anche quello un passaggio e anche quello necessario: attraversiamolo serenamente.

Molti, molti anni fa Hosokawa sensei ricevette una telefonata dall’oriente. I volti dei presenti mostravano comprensibile curiosità, che lui provvide a soddisfare immediatamente: nulla d’importante, era stato semplicemente avanzato al grado di quinto dan. Rifiutò perfino di celebrare frugalmente l’avvenimento con un caffè al bar dietro l’angolo, e rimane probabilmente l’unico esempio tramandato dalla storia in cui sensei abbia rinunciato deliberatamente a un caffè.

Alcuni mesi dopo, al seminario di Coverciano, Hosokawa sensei ricevette il relativo diploma a firma del doshu Kisshomaru Ueshiba, dalle mani di Tada sensei. Destò stupore la sua assoluta aderenza alle formalità di rito, all’epoca praticamente sconosciute: il cerimoniale apparve ai presenti come un evento fuori dal tempo, immutabile ed eterno, trasportato tra noi da tempi lontani e riservato alla casta guerriera cui appartenevano sia Hosokawa sensei sia Tada sensei. Una prova tangibile e necessaria del rispetto dovuto alla tradizione marziale, all’arte, e infine a sé stessi.

1994: Hosokawa sensei ritira il diploma di 7. dan dall’allora waka sensei, Moriteru Ueshiba

Al termine della cerimonia e della lezione Hoso, come familiarmente veniva chiamato quando ci si illudeva che lui non ne fosse informato, ripiegava con cura la sua hakama. Il diploma di 5. dan – che come sa chi ha letto l’articolo relativo redatto su indicazioni date da Fujimoto sensei è diverso dai precedenti e segna il momento cruciale del passaggio in una sfera più avanzata – era alla sua destra.

Un praticante del livello maggiore per l’epoca, con fare furtivo gli si avvicinò, afferrò il diploma e trionfalmente quanto scherzosamente disse al maestro: “L’ho preso! Adesso è mio!”. Impassibile Hoso girò con flemma il viso dalla sua parte rispondendogli: “Prendilo pure: è solo un pezzo di carta”. Confermò poi più tardi – sorridendo – il suo apparente distacco da quell’importante momento, di cui aveva personalmente evidenziato l’importanza, quando goliardicamente gli facevo presente che eravamo oramai colleghi (5. kyu e 5. dan); “E’ vero: non c’è alcuna differenza”.

Perché queste evidenti contraddizioni nel comportamento del maestro? Per evidenziare le apparenti contraddizioni della vita e dell’arte. Anzi: non intendeva nemmeno evidenziarle: ne prendeva semplicemente atto.

Detto questo: una simpatica goliardica trovata, probabilmente spontanea, suggellava gli avanzamenti di grado rilasciati dal maestro Fujimoto al termine dei seminari di Laces. I bencapitati al termine della rituale incursione in birreria venivano all’apposito segnale spietatamente cacciati da una turba di scalmanati che con precisione teutonica provvedevano a chiudere ogni possibile via di fuga, afferrarlo, mettere al sicuro elementi sensibili come portafogli, orologi, telefoni ecc. e finalmente gettarlo nella fontana della piazzetta.

Ma è il pensiero in fin dei conti quello che conta. E per questo mi sento di aver fatto finalmente e in pieno il mio dovere comunicando ufficialmente a quel mio ex allievo che l’ho – in spirito – buttato dentro la fontana.

Vestito da capo a piedi. E con portafoglio. Orologio. Telefono. Scarpe. Calzini. E quantaltro.

 

Paolo Bottoni
Dojo Fujimae di Pisa
www.aikidopisa.it

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