Sulle orme di Kukai

Sulle orme di Kukai

Il tempio Tairyuji

E quindi quale è il significato spirituale del percorso?  Riguarda solo noi stessi o riguarda noi come collettivo? Il percorso è ciò che conta, non solo quello fisico ma anche quello spirituale. Si dice che il completamento dell’intero circuito libererà l’anima dagli 88 desideri malvagi definiti dalla dottrina buddista. Come in tutti i viaggi, non è importante da dove parti: l’importante è il percorso ed arrivare alla fine per essere una persona migliore. E forse per essere una persona migliore dovresti sperimentare il ruolo di pellegrino ma anche quello di spettatore, così come lo sono gli abitanti di Shikoku nel vedere circa 100mila persone l’anno che percorrono le loro strade e i loro sentieri, profondamente radicati e in simbiosi con l’ambiente e la cultura che li permea.

Forse il significato del percorso risiede anche nella pratica O-Settai お接待

O settai è una usanza squisitamente associata al pellegrinaggio, con le radici ben radicate nei secoli passati. Coinvolge la gente del posto per sostenere i pellegrini in visita agli 88 templi, spontaneamente sostenuta e praticata, con convinzione e senza riserve o distinzioni di nazionalità. La pratica della carità, o dell’elemosina, si manifesta in varie forme e modi più disparati: cibo, piccoli doni, un passaggio in macchina, una indicazione, un posto per dormire, una doccia e una cena, seppur frugale, come è usanza da queste parti.

Queste donazioni, che si devono sempre accettare, sono chiamate O-Fuse お布施 e il pellegrino deve rispondere sempre, ringraziando tre volte con un inchino e porgendo un O-Samefuda 納め札 e una benedizione “namu daishi henjo kongo – 南無大師遍照金剛” pronunciata tre volte. Cioè si riceve un dono e in cambio si dona una targhetta votiva e una benedizione: il pellegrino riceve qualcosa per facilitare il suo viaggio, e il donatore riceve una piccola parte dei meriti che il pellegrino accumula durante il suo pellegrinaggio.

Il tempio Ryozenji

Questa pratica, largamente usata durante il periodo Edo (1603-1867), divenne così popolare perché permetteva alle persone comuni di intraprendere il pellegrinaggio sapendo che lungo il cammino avrebbe trovato comprensione, riparo e sostegno, contribuendo molto al sostentamento del pellegrinaggio di Shikoku. Non penso sia esagerato dire che Shikoku è l’unico posto in cui questa tradizione di O-Settai esiste così profondamente. In fondo la gente di Shikoku con questa pratica, sempre espressa in modo cauto e quasi vergognandosi verso l’ospite inatteso, spera di ottenere benefici karmici e che nessuno gli muoia sull’uscio di casa dopo un cotanto sforzo continuo. Gli isolani simpatizzano con i pellegrini ma il significato dell’O-Settai va oltre il religioso e costituisce una parte importante del patrimonio culturale giapponese.

Le offerte non dovrebbero mai essere rifiutate ma accettate con umiltà e rispetto e non vengono mai ricompensate. Si potrebbe dire che il concetto di gentilezza e ospitalità caratteristico del Giappone ha origine da questo comportamento, atti disinteressati con i quali viene trasmesso un sentimento di gratitudine a Kūkai. Infatti, è sempre con l’occhio al pellegrino ma con la mente al grande maestro che tale pratica e forma di riconoscenza viene portata avanti. Aiutando il pellegrino si aiuta Kukai a completare il pellegrinaggio, perché pellegrino e Kukai viaggiano sempre insieme.

Ad ogni modo, anche se la pratica non è più quella di una volta, è bene esserne consapevoli e almeno ricordare questa parola. Se qualcuno ti si avvicina e ti dà qualcosa, dicendo “o settai“, significa che dovresti prenderlo. Se rifiuti, toglierai l’opportunità a questa persona di condividere i tuoi buoni punti karma. Poiché non è rispettoso nella cultura giapponese rifiutare doni, presto ti ritroverai lo zaino inondato di doni vari come cibo, bevande od ornamenti tradizionali giapponesi! Il viaggio potrebbe non essere facile, ma sarà pieno di tante esperienze uniche e nuove amicizie e anche se potresti non capire niente di quello che verrà il sorriso sarebbe già sufficiente a lenire la stanchezza e lasciarti ottimi ricordi.

Katsushika Hokusai. Pellegrini

Naturalmente i giapponesi hanno anche una espressione per il pellegrino il cui obiettivo non collima, almeno, con una profonda riflessione di ciò che gli accade intorno, se non con l’intento di migliorare la propria esistenza. Questi vengono chiamati “nise-henro”, un termine denigratorio come dire “falso pellegrino”. Ma dato che “pecunia non olet” e tutti hanno bisogno di mangiare e che il pellegrinaggio è una fonte di guadagno per la gente del posto, anche se si potrebbero rimandare al mittente certe espressioni dato che potrebbe capitarti di usufruire di un tavolo apparecchiato con tè e tazze in un tempio, pretendendo sia O-Settai ma suggerendo per questo una donazione di 100 yen.

L’antica tradizione della beneficenza viene anche insegnata ai bambini. I genitori indicano i pellegrini ai loro figli e dicono loro di porgere caramelle o biscotti, o tè e biscotti o succo e merenda vengono offerti da una scolaresca elementare in servizio sociale al tempio, o da uno studente di scuola media inferiore che alla stazione ti offre una bottiglia di tè acquistata per te da un distributore automatico. Le tradizioni si conservano perché praticate, da oltre 1000 anni.
Un percorso dove e durante il quale si dovrebbe lavorare su sé stessi ma che alla fine, anche se non si acquista consapevolezza e non si conquista il nirvana, si acquisisce lungo la strada il calore umano dei nipponici. Nessuna paura o diffidenza dell’ospite inatteso, ma una generosità e gentilezza costanti che caratterizzano i tratti della catena (la strada) e dei suoi anelli di congiunzione (i templi).

La logistica del percorso

Come abbiamo visto, totale tolleranza delle modalità di compimento del pellegrinaggio: a piedi o in autobus, in bicicletta o in motorino, tutto in una volta o una settimana all’anno, in senso orario o antiorario, dormendo in tenda o in hotel; per alcuni è un rigenerante stacco dalla vita lavorativa e per altri un rito di iniziazione prima dell’ingresso nell’età adulta, per qualcuno diventa una dipendenza o una scelta di vita; insomma, molti modi con molte giustificazioni.
Per completare il pellegrinaggio, è necessario visitare i templi secondo l’ordine prestabilito, ma non ha importanza da dove si inizi.

Il pellegrinaggio in senso numerico inverso è considerato più difficile e secondo alcuni per questo più meritorio ma nessuno ti additerà se segui l’usanza comune. Molti pellegrini iniziano e completano il percorso visitando il Monte Koya, i più volenterosi percorrendo un sentiero di 21 km per arrivare in cima. Non devi sapere molto di Kukai per fare il pellegrinaggio e non devi nemmeno essere buddista; c’è una serie di usanze e rituali ad esso associati, ma ognuno è libero di fare quanto vuole. L’importante è, sempre, essere rispettoso.

Inoltre, non ci sono indumenti prescritti obbligatori da indossare però, naturalmente, la tradizione esiste. E volendo seguire la tradizione il pellegrino dovrebbe essere di tutto punto vestito con i seguenti indumenti:

  • Sottile camice bianco o Hakue (白衣)
  • Una striscia di stoffa colorata che si indossa intorno al collo o Wagesa (輪袈裟).
  • Un cappello a forma conica o Sugegasa (菅笠).
  • Un Kongôzue (金剛杖) semplice bastone di legno.
  • Una borsa (頭陀袋, zuda-bukuro) contenente foglietti con il nome (納札, osame-fuda), grani di preghiera (数珠, juzu), un libretto (納経帳, nōkyō- chō) per collezionare “francobolli/sigilli” (朱印, shuin) attestanti la visita del tempio, bastoncini d’incenso (線香, senkō) e monete usate come offerte (お賽銭, o- saisen).

Per i più religiosi o ligi all’incarnazione del pellegrino anche un libro di sutra (経本, kyōbon) e Goeika (ご詠歌) ovvero la cantilena tipica di adorazione del Buddha e una campana (持鈴 / Jirei)”
Inoltre, alcuni di loro hanno un Juzu (数珠). È come una piccola collana con molte perle, una specie di rosario, ma viene usata appesa a entrambe le mani quando si adora davanti al tempio
Nôkyô-chô (納経帳) è anche il libro in cui si raccolgono presso l’ufficio visti (納経所, Nôkyôjo ), curati da un prete, il timbro e la firma ad ogni tempio, naturalmente DOPO aver visitato il tempio e pagando 300 yen come commissione.

Il tempio Jomanji

Un travestimento in piena regola e lo si fa per dare un messaggio: io sono colui che vuole migliorare sulle orme di Kukai e con il vostro aiuto, se vi sarà possibile. Così tradizionalmente vestiti fare amicizia istantaneamente con altri pellegrini e gli abitanti del posto risulta di una facilità estrema e questo può aiutare nell’impresa. Non solo amicizia, ma anche atti di generosità che come detto in precedenza saranno devoluti per la causa.

Ma a parte l’armamentario, che ha un suo perché ci si potrebbe chiedere: perché la casacca è bianca e non quella arancione tipica dei buddisti?  Pare che il bianco storicamente fosse l’abito funerario nei tempi passati, specialmente indossato dai pellegrini perché durante una tale viaggio molti sarebbero caduti stremati al suolo morenti e le vesti bianche potevano servire come abiti funerari. Il colore bianco porta anche il significato che tutti i pellegrini sono uguali davanti al Buddha quando si muore. In fondo analizziamo bene: 1200 km circa, sali e scendi da monti e pendii, per centri abitati e campagne e sentieri di montagna, sotto il sole o la pioggia, con vento o neve, su strade asfaltate o spiagge o terreni accidentati. È normale che si muoia un po’. Naturalmente non è un cammino pericoloso ma lungo ed estenuante e seriamente provante per la salute fisica e mentale. Si cammina e si muore (di fatica) ad ogni passo per raggiungere la meta finale che come abbiamo visto è solo uno stadio per una esistenza illuminata.

Utagawa Hiroshige. Pellegrini al tempio Fudoji, Meguro.

Filosoficamente parlando si potrebbe dipingere il pellegrino come colui che vestendosi di bianco e avviandosi al pellegrinaggio si prepara alla “morte” mettendola in conto, e si spera solo metaforicamente parlando. Storicamente parlando negli anni ’30 del Novecento diversi pellegrini furono sepolti lungo il percorso, il bastone a fungere da lapide e il quaderno dei timbri a testimonianza della loro fede, una specie di passaporto

E ancora il bastone, con scritto “una strada, due persone” dōgyō ninin 同行 二人 (scritta a presente anche sul cappello), compagni di viaggio nella buona e nella cattiva sorte. Questo bastone sarà il sostegno fisico e spirituale, una rappresentazione materiale di Kukai che fornisce al pellegrino supporto, protezione e guida fisici e spirituali.  Un bastone è un oggetto trattato con particolare rispetto e maneggiato con cura, pulito e oggetto di manutenzione continua visto l’usura di cui sarà oggetto. Dopo alcuni pellegrinaggi e migliaia di km il bastone non sarà più utile e funzionale ma lo porterete con voi come se fosse n amuleto, una espressione del supporto necessario durante il viaggio, come se fosse la proverbiale copertina di Linus.  Un bastone che è così prezioso per il pellegrino ma percepito così fondamentale anche dagli isolani che sicuramente si farebbero in quattro pur di aiutarvi a ritrovarlo se lo avete smarrito o dimenticato sul bus/treno.  Un bastone che diventa parte fondamentale del pellegrinaggio da spingere alcuni pellegrini da inciderci sopra il Sutra del Cuore, prima della partenza, in modo da entrare nello spirito del viaggio ancora prima di partire.

空海と紅葉を愛てる二人旅
Amare Kūkai e i colori autunnali, viaggiando in due 

Nota: tutti i templi associati al percorso sono buddisti così come i bangai (templi esterni alla conta di cui parleremo tra poco) ma lungo il percorso si trovano anche templi santuari shintoisti. Grandi e piccoli, così come quelli di legno o di pietra sul lato di sentieri e strade. Questi mini-santuari riflettono le radici shintoiste che adorano la natura, incentrate sui valori della famiglia e sull’agricoltura. Ogni santuario lungo la strada rappresenta una divinità, la cui identità è rappresentata dalla scultura all’interno. Una figura comune è Jizō, protettore dei viaggiatori, delle donne durante il parto e dei bambini. Chi fosse curioso a riguardo può leggerne anche qui o qui.:

Lavaggio delle mani all’ingresso del Meiji Jingu di Tokyo

Esiste una etichetta, un codice di comportamento che bisogna seguire volendo aderire alla pratica buddista. Essendo alquanto articolata possiamo semplificare dicendo che al momento dell’arrivo in ogni tempio i pellegrini si lavano le mani prima di procedere alla sezione principale del tempio. Dopo aver offerto monete e incenso, viene cantato il Sutra del Cuore (般若 心 経, Hannya Shingyō). Dopo le preghiere il pellegrino procede al santuario dove sarebbe custodito lo spirito di Kobo Daishi (大師 堂, Daishidō). Allo stesso modo vengono offerte monete e di nuovo viene cantato il Sutra del Cuore. Quindi ci si dirige all’uffici timbri per l’ambito premio. Per chi fosse interessato al seguente link (in inglese).

Nota bene: è disapprovato se ti rechi direttamente all’ufficio del tempio senza prima mostrare rispetto al tempio e profonderti almeno in silenziosa contemplazione del luogo sacro.

E ora che sappiamo come ci si arriva, come ci si veste e cosa si deve fare una volta arrivati, vediamo alcuni di questi templi. Non li elencherò tutti e 88 e se siete sempre più curiosi potete leggere qui o qui.

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