Non vedo. Non sento. Non parlo.

Non vedo. Non sento. Non parlo.

di Paolo Bottoni

Dà da pensare… le tre famose scimmiette che rispettivamente non vedono, non sentono, non parlano (ma in realtà si dividono un unico non compito) sono universalmente da noi conosciute e considerate come esempi negativi. Rappresentanti per eccellenza della trascuratezza, della ignavia, della pusillanimità. Ma siamo sicuri che sia proprio così?

Non proprio. Fanno in realtà parte di una più complessa decorazione che corre lungo le facciate dello Shinkyu-sha, l’edificio destinato ad ospitare i cavalli sacri utilizzati nelle cerimonie del grande complesso templare del Tôshôgû a Nikko. E si credeva in Giappone che delle divinità in forma di scimmia vigilassero sui cavalli.

Il fregio, in stile sukashi-bori (traforato) e dipinto a vivaci colori, spicca sullo sfondo sobrio dello Shinkyu-sha che è invece edificato nello stile Shiraki, senza colorazione o decorazione del legname con cui è costruito, e si sviluppa lungo tutte le facciate. Trascurate da molti, che cercano immediatamente con gli occhi le tre famose scimmiette, vi sono numerose altre scene ricche di simbolismi.

Simbolismi semplici, immediatamente  comprensibili da ognuno. Non disponendo di altre immagini, il tempio non era accessibile da tutti i lati, ecco un disegno tratto da Must-see in Nikko, un opuscolo della interessante serie Japan in your pocket, pubblicata dal Japan Travel Bureau.

Quello che intende raffigurare questa scena è la consolazione che riceviamo nei momenti difficili e nei nostri fallimenti dall’aiuto degli amici. E la “morale della favola” è che il fallimento non deve essere temuto, perché in ogni cosa c’è un lato positivo.

E le celeberrime tre scimmiette? Raccomandano ai bambini di non prestare ascolto né attenzione a quanto ci sia di malvagio e negativo, apprendendo solamente quanto c’è di buono. Con lucidità, coraggio, determinazione.

Si potrebbe pensare che ci sia in questa filosofia un eccesso di generosità, di ottimismo, sconsigliabile in un mondo, in una umanità, talvolta ostili, ancora più spesso rapaci.

Ebbene, non è esattamente così: il monito a mantenere sereno e aperto il proprio cuore non preclude la possibilità di una vigilanza attiva contro quello che genericamente qui possiamo definire “il male”.

E’ importante certamente che la limpidezza dell’animo venga ricercata costantemente.

Ma al tempo stesso, senza che l’animo ne venga turbato, è talvolta necessario porsi a difesa del “bene”.

E per questo ogni luogo sacro è in Giappone presidiato da molteplici guardiani. Poco prima di raggiungere lo Shinkyu-sha il visitatore ha varcato l’Omote Mon, la Porta principale.

E’ vigilata e protetta, come di consueto dai Niô: due rappresentazioni di un bodhisattva, nelle sue funzioni di guardiano della legge e del bene.

Quello che vediamo qui, con una espressione sul volto che potremmo definire sdegnata – più che irata – è Homitsushaku Kongô, posto sul lato sinistro. Il lato destro è invece presidiato da Hitsunaraen Kongô.

 

Più avanti, per entrare nel cuore del Tôshôgû, si deve varcare lo Yômei Mon.

E’ presidiato ai lati da due Zuijin.

Erano in origine ufficiali destinati alla scorta dei membri della famiglia imperiale.

In seguito le loro immagini, abbigliate nello stile dell’epoca Heian (794-1185) divennero idealizzazioni di altri dei guardiani.

Se vogliamo di un rango ad altezza inferiore a quella dei Niô in quanto assolvono allo stesso compito ma non per loro iniziativa: per ottemperare piuttosto a un mandato ricevuto dall’alto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Koma-inu, sacri cani guardiani, vengono collocati invece ai lati dell’ingresso dei templi shinto, che convivono sovente con quelli buddisti.

Quello disposto sulla destra ha la bocca aperta e viene chiamato A, quello a sinistra – nella foto – ha la bocca chiusa e viene chiamato Un.

Rappresentano assieme lo a-un-no-kokyû, la respirazione a-un che permette di raggiungere un tale stato di trasparenza della mente e comunicazione con il proprio prossimo che i pensieri vengano trasmessi senza alcun bisogno di ricorrere alla parola.

 

Per essere all’altezza dei compiti che la vita ci pone davanti, per salvaguardare i nostri sentimenti migliori, dobbiamo comprendere che noi stessi dobbiamo essere quando necessario i nostri guardiani.

Quindi, guardiani dei nobili sentimenti che ci vengono opportunamente richiamati dal messaggio delle tre scimmiette che avevamo così incautamente frainteso?

Certamente, ma potremmo anche ragionare in modo diverso.

In modo diametralmente opposto.

E’ solo la purezza di sentimenti di chi non dà ascolto al male – non altro – che può dare la lucidità e la forza per essere guardiani e protettori di sé stessi.

 

 

Paolo Bottoni
Dojo Fujimae di Pisa
www.aikidopisa.it

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