La hakama: tra storia e cronaca

La hakama: tra storia e cronaca

La storia

       Guerriero Haniwa (Museo Guimet di Parigi)

La tenuta tradizionale del praticante di un koryu (scuola antica) è costituita normalmente dal keikogi (稽古着  = tenuta da allenamento) talvolta chiamato dogi ((道着), ossia dei semplici pantaloni fissati alla cintura da un laccio e una robusta giacca che subisce lievi adattamenti per la pratica ad esempio maniche che si arrestano a metà dell’avambraccio nello iaido, per evitare che ostacolino i movimenti della spada, o nell’aikido, per permettere le prese ai polsi che costituiscono una parte importante dell’allenamento. E una hakama (袴): larghi pantaloni percorsi da pieghe nel senso della lunghezza, allacciati in vita da 4 cinte di tessuto (himo) che sono incorporate, con un rialzo nella parte posteriore (koshi ita) e due aperture laterali.

Il colore della hakama può essere bianco o blu scuro, sostituito od affiancato in epoca moderna dal nero: con i colori vegetali usati tradizionalmente non era possibile ottenere il nero. In alcune arti si utilizzano tuttavia colori e temi più classici.

I pantaloni non sempre vengono utilizzati, in alcune discipline possono essere d’impaccio, e in questo caso sopra il keikogi si indossa direttamente la hakama, un indumento tradizionale che solo l’arrivo in occidente delle arti marziali più legate alla tradizione ha fatto conoscere e diffondere. Esistono fondamentalmente due tipi di hakama in Giappone, la andon bakama (行灯袴) che è in pratica una gonna, e la umanori hakama (馬乗り 袴) che è invece un ampio pantalone destinato originariamente ad essere indossato a cavallo. E’ questo tipo di hakama, che nei secoli trascorsi faceva parte del vivere quotidiano dei samurai, che viene indossata nelle arti del koryu ed anche nelle arti moderne che ad esse si ispirano.

Anche la hakama viene adattata per gli usi pratici, esiste quindi la versione con allacciatura posteriore ma anche quella, tipica dell’aikido, con allacciatura anteriore per evitare danni alla spina dorsale nelle frequenti cadute all’indietro ed inoltre con lacci più lunghi, per assicurarla meglio evitando di ritrovarsi svestiti nel corso delle tecniche dinamiche tipiche di questa arte. La hakama tradizionale in cotone, tinta con erbe, viene oggi quasi sempre sostituita da versioni industriali in tessuto sintetico tinte con coloranti chimichi, nei classici tre colori: il bianco, in alcune arti riservato per ragioni di cortesia alle donne e in altre agli insegnanti, il nero ed il blu intenso.

Parleremo in altra occasione della simbologia della hakama, e della sua corretta manutenzione. E’ ora il momento di accennare alla sua storia.

         Sambaso, personaggio del teatro giapponese

Le origini dell’indumento sono molto antiche: si ritrova già nella cultura haniwa, sviluppatasi tra il III ed il VI secolo, nell’era conosciura come Kofun, e di cui si sono rinvenute numerose sculture tombali che permettono di conoscerne le caratteristiche. A partire dall’epoca Nara (VIII secolo) e per tutta l’epoca Heian (794-1185 circa) l’etichetta di corte prescrive sia per la tenuta normale che per la tenuta di cerimonia una hakama bianca, di un tessuto differente da quello utilizzato per la parte superiore dell’abbigliamento. Infatti, fino ad un periodo grossomodo corrispondente con l’epoca Muromachi (1336-1573 circa) in Giappone si distingueva tra l’abbigliamento destinato alla parte superiore del corpo – uwagi – e quello che copriva la parte inferiore – shitagoromo, che assumerà poi il nome di hakama. Questo per quanto riguarda la terminologia, ma l’indumento come abbiamo visto ha origini di gran lunga anteriori. Sempre nello stesso periodo sia per l’abbigliamento destinato ai samurai (hitatare) che in quello generico si inizia ad utilizzare la stessa stoffa per avere un assieme più coordinato, mentre la hakama non viene più utilizzata come indumento ordinario dalle donne.

In seguito la hakama conquista una sua autonomia e si differenzia dalle altre parti dell’abbigliamento, inziando a partire dall’epoca kinsei (moderna) ad allargarsi verso il basso, causandone il naturale ripiegarsi in linee verticali, mentre si introduce sul lato posteriore un rialzo (koshiita) a forma di trapezio rastremato verso l’alto mentre i nastri che l’assicurano alla cintura diventano più stretti e lunghi.

                Foto di samurai (F. Beato, 1880 circa)

Rimangono in uso numerose versioni della hakama, dalla hira bakama tipica del samurai alla umanori hakama tipica come abbiamo detto del cavaliere, alla no bakama utilizzata per i viaggi, mentre tra la gente del popolo si indossava la tattsuhe bakama più adatta ai lavori manuali e dei campi .Durante l’epoca Meiji (1868-1912) la hakama diviene l’indumento di uso corrente, almeno nelle classi intermedie, e si usa indossarla per recarsi al lavoro o alle prime università. L’uso della hakama scompare quasi del tutto ed improvvisamente al termine della seconda guerra mondiale.

Permane la usanza della hakama gi detta anche chakko: è una cerimonia tradizionale nel corso della quale il bambino veste la sua prima hakama, passando dalla prima alla seconda infanzia.

A seconda delle epoche e dei sessi queste cerimonia fu celebrata al compimento del secondo, quinto, sesto o settimo anno di vita, ed in periodi diversi dell’anno talvolta liberamente scelti dalla famiglia.

A partire dall’epoca Edo(1603-1867) si iniziò a riservarla ai maschi, che venivano deposti sopra una tavola del gioco del go per indossarvi la loro prima hakama; oggigiorno la festa si celebra il 15 novembre riprendendo una antica tradizione risalente al XVI secolo che la riservava alla “undicesima luna”, e vi partecipano i bambini di tre, cinque e sette anni che accompagnati dai parenti si recano presso un santuario, abbigliati con costumi d’epoca.

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