Haru Onoda: ha portato la primavera nell’aikido

Haru Onoda: ha portato la primavera nell’aikido

Iwama, 1955 circa. Haru Onoda esegue kokyunage, suo uke il maestro Kazuo Chiba. O sensei osserva attentamente

Su Haru Onoda probabilmente non è stato detto abbastanza. Sicuramente non è stato detto quanto dovuto.

Uka Onoda è stata in realtà da tutti conosciuta col nome di Haru: Primavera. Dovrebbe bastare questo per comprendere come il suo contributo all’arte e all’aikido sia stato importante e necessario e come soltanto una donna fosse in grado di fornirlo. Solo a una donna riesce spontaneo e naturale associare l’idea della primavera.

Praticò presso l’Hombu Dojo di Tokyo, ove divenne segretaria particolare del maestro Ueshiba Morihei, fondatore dell’aikido. Raggiunse per quanto ne sappiamo il grado di shodan.

Ma fu anche una artista dal poliedrico talento e si trasferì in Italia a Roma intorno al 1957 per perfezionarsi nella scultura con il maestro Pericle Fazzini. Viveva già a Roma da alcuni anni il maestro di judo Ken Otani, che aveva seguito il medesimo percorso e alternava allo studio artistico l’insegnamento della sua disciplina. Ospitò per diverso tempo Haru Onoda nel suo dojo, dove venne avviato quello che fu probabilmente il primo corso regolare di aikido in Italia.

Salerno, dojo Budo Club del maestro Attilio Infranzi, 1958.

Gli interessi e le competenze di Haru Onoda erano come già detto vasti e per molti versi imprevedibili. Non ho sue notizie recenti, perché non vive più a Tokyo dove si reca ormai di rado e altrettanto raramente può incontrare i suoi antichi compagni di pratica. Ma so da loro che è divenuta una apprezzata scrittrice. Sembra infatti che riuscisse con sconcertante facilità in ogni sua nuova avventura

Io ebbi la ventura di conoscerla solo molti anni dopo ma al suo ritorno in patria alcuni suoi oggetti personali erano stati lasciati in deposito al Dojo Centrale di Roma. Premi, targhe… Una cinepresa Canon super 8, con cui riprendeva quanto colpiva il suo interesse, che ebbi modo di restituirle. Addirittura una monumentale  macchina da scrivere elettrica della IBM, ennesimo premio assegnatole per qualche ragione, andata invece dispersa. Anche un suo lungo periodo di assenza mi fu detto essere motivato dalla assegnazione di una borsa di studio per un soggiorno in America Latina.

Eppure… per molto tempo si è sentito dire che l’aikido di Onoda non era sufficientemente “efficace” per convincere gli scettici e spronarli a praticare la disciplina. Una “donnetta”… E’ momento di precisare che non si trattava di insufficienti competenze da parte sua, ma di fraintendimento da parte dei tanti “omoni” non ancora in grado di comprendere, e di apprezzare come dovuto, l’arte dell’aikido.

Per molti anni si è perpetrata la diceria che il suo fosse un aikido appunto “da donna”, e pertanto meno attraente. Certamente ognuno di noi riflette nella pratica la sua natura: sarà impetuoso da giovane, riflessivo nella maturità. E sarà probabilmente attratto dagli aspetti materiali se a quelli mirava. O sarà invece capace di esprimere nell’aikido il soffio della Primavera. Se la porta con sé naturalmente, e se riesce a esprimerla.

una delle molte sculture in bronzo in cui Haru Onoda ha voluto rappresentare lo spirito dell’aikido

Le considerazioni di quelle persone non sono più condivisibili. Non voglio infierire su di loro, non erano preparati a comprendere del tutto il messaggio di armonia indissolubile dall’aikido. Le loro impressioni cadono a confronto di quelle di chi sapeva, poteva, doveva esprimere giudizi con valenza assoluta. Non ho più rintracciato il documento che lo provava, ma da diverse testimonianze orali dei miei maestri so che Ueshiba Morihei, oltre a menzionare Onoda e la sua attività a Roma in una intervista, manifestò il desiderio di andare a trovarla. Di rivederla.

Ma al di là delle mie valutazioni, delle mie parole, comprendere l’aikido di Onoda, la primavera dell’aikido, è possibile a tutti: è sufficiente prendere visione delle sue sculture legate all’aikido. Manifestano un grado di comprensione e assimilazione dell’arte che ai più è interdetto. Non credo che solo a una donna sia consentito raggiungere tali traguardi, ma indubbiamente hanno maggiori possibilità dell’uomo, che deve scoprirle se non costruirle. La donna dispone spesso in misura maggiore di serenità, di sensibilità, di disponibilità d’animo. E sa rinunciare – non perché ne sia incapace – all’uso della forza, di cui l’uomo troppo spesso si nutre e si compiace.

Queste le parole di chi ebbe occasione di praticare con Haru Onoda: «I suoi movimenti erano come il vento che spira gentile e il contatto era solo leggero e mai portato a conclusione». E queste invece le parole con cui lei stessa esprimeva la sua concezione dell’aikido: «Il movimento non finisce con il corpo, continua nell’aria. È un palpitare, un vortice. Prima pensavo a una forma chiusa e limitata, adesso non più. (…) Faccio Aikido pensando alla scultura, scolpisco pensando all’Aikido“ »

Abbiamo bisogno di altre Haru, di altre Primavera, tra di noi.

Paolo Bottoni
Dojo Fujimae Pisa

Per approfondire: una biografia di Haru Onoda

 

 

 

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