Donne Ronin: le allieve di Mimma Turco raccontano.

Donne Ronin: le allieve di Mimma Turco raccontano.

di Elisa Praturlon, Laura Ferroglio, Paola Carosio

 
Come hai cominciato a fare aikido con Mimma? 
Elisa

Conobbi Mimma nella scuola di formazione di Counseling  a Ranzo(IM) e scoprii che gestiva il dojo Ronin a Collegno. In quel periodo, particolarmente difficile della mia vita, il mio bisogno era di cercare più morbidezza e femminilità.

Il fatto che fosse una insegnante donna, influì sulla mia scelta: in passato le arti marziali fecero parte della mia vita ma le abbandonai perché indurivano il mio corpo.
Un altro aspetto importante che mi ha portato a scegliere quel dojo fu l’equilibrio tra uomini e donne. Praticando ho scoperto una maestra capace di insegnare con il cuore.

C’è una parola che ho conosciuto da poco che è ​ISHIN-DENSHIN e credo che descriva chiaramente il come Mimma fosse maestra (comunicazione diretta maestro-allievo silenziosa attraverso cuore e pancia)
Mimma dava molta importanza al Kinorenma, alle microvibrazioni e al mondo dell’invisibile. Questo permetteva di andare verso l’altro attraverso le tecniche mantenendo il contatto con noi stessi insieme all’altro, con fatica e divertimento.

Il maestro Piero Villaverde e i suoi ragazzi/e venivano spesso a praticare con noi e questo arricchiva e sosteneva il dojo con energie diverse. Noi Ronin eravamo pochi e non regolari come presenza ma ogni ritorno o nuovo ingresso era accolto e festeggiato.

L’amore di Mimma per l’Aikido lo abbiamo sentito sempre, nel suo modo umile e dignitoso, venendo a farci lezione fino alla fine dei suoi giorni. Per me è stato un onore andarla a prendere e riaccompagnare a casa negli ultimi giorni di pratica.

Laura

Conobbi Mimma ad una serata di presentazione dell’aikido presso la scuola di counselling che stavo frequentando. Poco dopo ho iniziato a praticare nel dojo Ronin in una serata in cui una serie di ritardi e contrattempi mi hanno portato lì, in tempo per la pratica. Ho trovato accoglienza e attenzione ai miei movimenti rigidi, con fermezza accompagnati ad ammorbidirsi. 

Paola 

La prima volta che vidi Mimma praticare aikido rimasi folgorata dal vedere questa donna minuta che con estrema semplicità faceva ribaltare sul tatami gli uomini che la attaccavano, che erano su per giù il doppio di lei, fisicamente.

Probabilmente questa immagine si fissò dentro di me in modo quasi indelebile, creando come una specie di traccia e di impronta, e posso dire oggi che fu proprio questa impronta a farmi salire per la prima volta sul tatami del dojo Ronin, accettando l’invito di Mimma a partecipare ad una lezione.

Poco dopo, al ritorno dal WAW (Women Aikido Week, la settimana di aikido per donne presso la struttura di Ranzo), esperienza indimenticabile a cui presi parte come principiante, decisi in modo inequivocabile che il dojo Ronin sarebbe diventato anche il mio dojo, e nel tempo si fece via via un luogo sempre più prezioso per la mia vita. Uno spazio accogliente dove mi sono sentita sempre più “a casa”.

 
Cosa vuoi ricordare della pratica con Mimma?
Elisa

E’ tanto il sentire. Se chiudo gli occhi riesco ancora a percepire l’odore pungente del tatami, la sensazione di liscia sicurezza che incontravano i miei piedi quando ci salivo sopra.

La luce accecante e calda d’estate e il cielo stellato d’inverno che si faceva spazio da quelle grandi vetrate. Le mie compagne e compagni, visi e corpi famigliari e poi, in centro a tutto questo, lei, Mimma.
Una presenza ferma, sicura, dolce, chiara come l’immagine di un lago calmo di montagna. Questa immagine era proprio una di quelle usate da lei alla fine della pratica, quando ci diceva di visualizzare le tecniche fatte e poi di “lasciarle andare” e di rendere chiara e calma la mente come una lavagna bianca o come un lago in montagna.

I ricordi che ho legati a Mimma nel dojo Ronin sono un susseguirsi di momenti preziosi che terrò̀ nel mio cuore per sempre. Uno fra tanti la cena di Natale sopra il tatami, con cibo, bevande e musica.
Tante frasi risuonano ancora:

Elisa lascia andare la forza… (specialmente quando praticavo con gli uomini…)
Con eleganza e leggerezza… e lavorate in grande!!

Lasciate i vostri problemi fuori dal tatami… tranquilli, li ritroverete lì dove li avevate lasciati!!

“Contatto” e ”Lavora in grande”

 

C’è una foto che descrive meglio delle parole il mio sentire Mimma nella mia vita grazie ai suoi insegnamenti.

Nella foto le nostre mani non si toccano ma è chiaro il contatto presente.

Quel contatto c’è ancora anche se non si vede.

 

Laura

“​Non trattenere​” è un’indicazione che Mimma mi rivolgeva spesso, e che mi accompagna tuttora nelle difficoltà. Con l’arrivo di nuove partecipanti donne ho stretto nuove amicizie, radicatesi nella pratica.

La collaborazione a questo articolo ne è un prezioso esempio, e sono grata di aver accolto la proposta.
Ho scoperto con sorpresa e piacere come il femminile offra una qualità di morbidezza sostenuta dalla fermezza: una dimensione per nulla associata alla contrapposizione o alla forza ma bensì alla fluidità ed all’accoglienza, da intendersi non come debolezza, ma come sostegno rigoroso e sistematico, dinamico e fruttifero, in integrazione armonica con i principi di fluidità dell’aikido.

“Non trattenere”

I frutti coltivati nel dojo Ronin per me non sono stati solo legami ancora presenti, ma un allenamento all’accoglienza ed all’armonia che trascende gli stereotipi del maschile e del femminile pur valorizzando le rispettive qualità: siamo cresciuti tutti come praticanti, sentendo anche i compagni uomini ammorbidirsi nei loro movimenti e permettendo uno scambio di energie più vivo.

In questo mi associo ai contributi di Paola ed Elisa rispetto alla libertà che percepivamo nella pratica. Quella libertà era anche il frutto di un lavoro attento e rigoroso che Mimma perseguiva con una dedizione mostrata fino agli ultimi momenti in cui ne ha avuto la possibilità.

Paola

Ricordo molto bene il silenzio durante la nostra pratica. Un silenzio per me davvero rigenerante, dove il corpo si esprimeva senza bisogno di parole. Un silenzio che a me ricorda il silenzio della montagna, che ha per me qualcosa di sacro e di magico e di rilassante.

Parlavamo poco noi Ronin durante la pratica e, seguendo l’esempio della nostra maestra, ci davamo il permesso di sbagliare movimento, se questo faceva parte del processo di apprendimento della tecnica.

Ci correggevamo facendo sentire come nel contatto quella mossa funzionava di più per noi, per come noi l’avevamo appresa, perché le parole sarebbero state giudicanti e soprattutto poco funzionali al sentire. 

Il giusto tocco per potermi lasciar andare alla caduta senza la paura di farmi male.

Senza parole, uniti nel respiro e nell’esperienza, ci lasciavamo liberi di sperimentare, e anche di sbagliare.
Per me il nostro dojo era un luogo dove noi tutti eravamo intimamente connessi, e c’era un’accoglienza reciproca e reale dell’energia di ciascuno, ed anche un impegno da parte di tutti a far scorrere la propria energia insieme a quella degli altri. A questo proposito ricordo molto chiaramente i momenti durante la pratica dell’ ikkyo undo, dove sentivo che il mio respiro e il mio movimento diventavano una cosa sola col respiro e movimento di tutti noi.

Come quando una voce singola si unisce ad un coro di voci (abbiamo fatto un seminario su aikido e voce con Mimma e una professionista della voce, un lavoro per me molto forte e potente).

 
Cosa è rimasto?
Elisa

Mi vengono tre parole: Unione, Libertà, Energia.

Ho imparato che mente e corpo non sono separati e grazie a questo è diventato chiaro per me il “gassho” iniziale, quel movimento non religioso di unione delle mani, di unione di tutte le mie parti. Unione con i miei compagni e compagne del dojo: anche se ora non pratichiamo più insieme sento un forte legame e profondo affetto per ognuno/a di loro. Unione con la mia maestra anche se non c’è più.

Attraverso la sua guida ho imparato la libertà di essere me stessa; sentivo e sento che sono legata a lei in una forma di non dipendenza. Prendendo esempio da lei mi è chiaro cosa volesse dire il non farsi catturare dall’altro e il non catturare. Cerco di farlo, oltre che nell’ Aikido, nella vita di tutti i giorni. C’è libertà anche nella disciplina che non vuol dire rigore e regole ma perseguire con determinazione le mie scelte.

Ho sentito come siamo parte di un unico universo pieno di energia e che da quella energia possiamo attingere, incanalare ed usare. Quello che sento è che, attraverso il suo esempio di vita, lei dava prova di cosa fosse l’Aikido: senza fronzoli, senza troppe parole, “solo” vivendolo nella vita, nel suo lavoro di psicoterapeuta e nell’insegnamento della pratica. 

Laura 

Con il dolore della perdita di una maestra, e successivamente della perdita della possibilità di praticare a causa della pandemia, è rimasto l’allenamento al radicamento, al qui ed ora inteso come presenza fisica e mentale, che è possibile solo tramite un dialogo tra mente e corpo.

Durante un suo intervento nella Women Aikido Week, in cui condivideva con noi i suoi studi sulle neuroscienze ricordo che Mimma chiese:

Cosa ha in mente la mente?”. E la risposta fu: “La mente ha in mente il corpo”.

Si riferiva al fatto che il cervello ed il sistema nervoso hanno come compito primario quello di monitorare lo stato fisico, ed i pensieri sono parte di questo processo. Questo aspetto è un efficace accompagnamento al lasciare scorrere il pensiero, specialmente nel momento particolarmente complesso che stiamo vivendo.   

Paola 

Mi porto dentro, impresse nella memoria del corpo, nei muscoli e nella mente, esperienze e sensazioni molto preziose per me e per la mia vita, e alcune continuano tuttora, come l’amicizia con Laura, una delle mie compagne di dojo.

Credo che poi il lavoro di Mimma sul kinorenma mi abbia davvero cambiato la vita e cercherò̀ di dire qui come. Sento che lavorare sul respiro, sulle microvibrazioni, sulla circolazione sanguigna e gli organi interni, mi ha permesso di essere più̀ presente a me stessa proprio quando entro in contatto con gli altri.

E ciò mi rende più̀ “energica” e pronta al contatto, cosa che sento per esempio tuttora quando gioco a fare la lotta con mio figlio. (gioco delicato perché lui è forte come un toro e io mi devo difendere senza che ci facciamo male).

È come se fare aikido con Mimma mi avesse come “risvegliata”, e mi sento più capace di rispondere ad eventuali attacchi, fisici e non, e mi sento anche più serena e tranquilla nel poterli ricevere. Perché ho imparato che, se rimango ancorata a me e alla mia pancia (che è il mio centro) quando mi attaccano, so dove direzionarmi e cosa fare per gestire l’attacco. E quindi ho imparato che so e posso difendermi restando in contatto con l’altro, senza per forza doverlo bypassare.

Ho imparato a restare centrata su di me e in contatto con me anche nelle situazioni difficili e quando c’è qualcosa che non va, permettendo a me stessa di attingere alla mia energia vitale quando ne ho più bisogno. (per Mimma il lavoro sul Kinorenma era un lavoro di “rinnovo dell’energia vitale”, come diceva lei).

E questo mi ha cambiato la vita. Perché mi fa sentire più sicura e fiduciosa come donna in un mondo comandato dagli uomini. Ricordo, per esempio, la sensazione di maggiore sicurezza a tornare a casa la sera da sola, dopo un po’ di tempo che praticavo aikido: mi sentivo davvero più pronta a difendermi, e ciò mi faceva stare bene. E anche più pronta ad accorgermi se qualcosa intorno a me fosse andato storto, mentre prima, quando ancora non facevo aikido, tendevo a scappare e a far finta di niente. 

Ora, invece, sento che anche per noi donne, è possibile “spostare l’altro con un dito” (titolo di un seminario di Aikido di Mimma), se restiamo in contatto con la nostra pancia e il nostro centro, che è la sede della forza di ogni guerriero o guerriera. 

Credo infine che riconnettermi con tutto ciò proprio ora, nel corso di questo particolare e delicato momento storico che stiamo vivendo, mi possa fare davvero molto bene, per continuare a stare “sveglia” e “presente” anche ora. 


Guardando avanti, con un respiro comune.

Creare insieme questo articolo è stato un lavoro profondo per tutte noi.

Il dolore ci accomuna ma ci accomuna soprattutto aver fatto parte di una esperienza molto preziosa in cui siamo cresciute come persone e donne, in cui abbiamo fatto parte di una comunità alla pari e dove uomini e donne, potendo essere loro stessi/e e sotto la guida di una grande maestra, hanno potuto donare la loro energia per crescere insieme.

Ci sentiamo Ronin nell’anima: guerriere, ciascuna sul dojo e nella vita di tutti i giorni, onorando la via del guerriero che Mimma ci ha indicato e portando avanti i suoi preziosi e inestimabili insegnamenti.

Questi, improntati sul radicamento e sul “non trattenere”, sembrerebbero in antitesi ma sostengono entrambi un processo di cambiamento, dove la perdita ed il vuoto fanno spazio a nuovi sviluppi.


Grazie Mimma

 

Foto di Giulia Barbero

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