L’epopea samurai – Parte seconda

L’epopea samurai – Parte seconda

L’epoca della riflessione

I provvedimenti presi fin dall’inizio dell’epoca Edo, ossia dal 1603, ebbero enorme influenza soprattutto nei confronti della classe samurai, che doveva continuare nella sua vocazione guerriera ma anche inserirsi nella società civile.

L’aspetto stesso del samurai cambia: veste l’hakama, ha l’obbligo di portare due spade: la lunga lama (daitô) è ora la katana, non più il lungo tachi portato in battaglia, e la lama corta (shotô) è ora una daga denominata wakizashi e non più il pugnale (tantô).

 

Ai samurai al servizio di un feudo, riconoscibili dalla rasatura rituale del capo (chommage) vennero affidati compiti di amministrazione e gestione, di crescente importanza.

I feudatari erano infatti obbligati a continue e dispendiose assenze dal territorio per recarsi periodicamente ad Edô in udienza presso lo shogun, alla cui corte dovevano prestare servizio a turno, sottraendo loro il controllo del feudo che doveva ormai coinvolgere anche un numero crescente di samurai e non più solamente i nobili.

Al samurai vennero interdetti però altri lavori.

Contemporaneamente il samurai era costretto a comprendere le ragioni della propria vocazione guerriera non più o non solamente attraverso il combattimento, ma con una adeguata riflessione interna resa possibile da un addestramento ed una educazione mirati.

Nascono in questo periodo le prime norme rivolte a regolare la vita del samurai e a chiarirne gli scopi – personali e sociali – come il Buke Shohatto (武家諸法度) emanato nel 1615 da Tokugawa Hidetada e più volte rivisto per adattarlo ad una società che andava ancora cercando una forma stabile.

Questi alcuni dei precetti del Buke Shohatto:

La classe samurai deve votarsi ad attività appropriate all’aristocrazia guerriera, come lo studio dell’arco, della spada, dell’equitazione, della letteratura classica

10: Le convenzioni riguardo l’abbigliamento uniforme devono essere osservate

12: I samurai del feudo devono praticare la frugalità.

13: I Daimyō selezioneranno uomini competenti come amministratori e burocrati.

 

Appaiono anche i primi testi scritti dalle maggiori menti della classe samurai, come il Gorin no shô di Miyamoto Musashi (宮本武蔵 1584-1645) grande invitto guerriero che in oltre 60 duelli usò solo il bokken contro le lame degli avversari.

Il Fudochi del maestro zen Takuan Soho (沢庵宗彭, 1573-1645), lo Yojokun di Kaibara Ekiken (貝原益軒, 1630-1714), samurai, medico e scienziato, lo Yasenkanna del pensatore zen Hakuin Ekaku (白隠慧鶴, 1686–1768).

 

 

Le prime scuole di formazione al combattimento di cui si abbia notizia risalivano ad epoche precedenti: Tenshin Shoden Katori Shintô ryu (Iizasa Chōisai Ienao, 1450 circa), Kashima shinto ryu (Tsukahara Bokuden, 1530 circa), Yagyu Shinkage ryu (Kamizumi Nobutsuna, 1565 circa).

Questa non venne fondata da Yagyu Munetoshi, allievo e successore di Nobutsuna: aggiunse semplicemente il suo nome a quello della scuola.

La scuola acquistò comunque enorme prestigio e sotto la guida di Yagyu Munenori (1571-1646) venne prescelta come disciplina ufficiale dello shogunato Tokugawa, assieme all’altra prestigiosa scuola Ittô ryu. E’ di Yagyu Munenori uno dei testi fondamentali della cultura samurai, l’Heihô Kadenshô (La spada che dà la vita).

E’ evidente però che essendo nate in un periodo in cui si combatteva sul campo di battaglia, rivestiti di pesanti armature e con lance e spade pensate per combattimenti in campo aperto, queste discipline dovettero subire radicali trasformazioni in epoca Edô, durante la pax Tokugawa, in cui armi più leggere e maneggevoli avevano sostituito quelle precedenti.

Se durante i secoli precedenti il samurai era chiamato ad esercitare la sua arte soprattutto se non esclusivamente in battaglia, in epoca Edô la lama viene estratta prevalentemente nel corso di un duello o di un intervento a tutela dell’ordine pubblico

Già sappiamo che il samurai è ora tenuto al porto di due armi da taglio: la katana, più corta e leggera del tachi utilizzato precedentemente, ed il wakizashi, daga più lunga del tantô (pugnale) adottato in precedenza.

Il corredo viene definito daishô (lunga-corta).

Nel periodo Kambun (a partire dal 1671) vengono definite le caratteristiche consigliate per queste armi.

 

 

Il tantô ha lama inferiore ad 1 shaku (piede, equivalente a 30,03 cm), il wakizashi tra 1 e 2 shaku (30-60 cm).

La katana, rappresentata nell’illustrazione, misura normalmente  tra 2 e 2,5 shaku (60-75 cm).

Il tachi – che continua ad essere utilizzato ma prevalentemente come arma cerimoniale, oltrepassa questa misura.

Le armi del samurai conservano intatto attraverso i secoli il loro valore simbolico: il tachi è divenuto ormai in epoca Edô soprattutto arma di rappresentanza.

Il daimyô è costantemente seguito da un attendente che porta il suo tachi, tenendolo in posizione verticale ed impugnando il fodero con un panno, in segno di un rispetto e per non danneggiarne la preziosa lacca, che deve proteggere la lama dal clima umido del Giappone.

Ancora oggi lo yokozuna, il campione di sumo, è accompagnato al suo ingresso protocollare nel dohiô da un attendente che ne impugna il tachi.

 

 

La katana del samurai ne rispecchia la personalità e lo stile di vita.

Viene quindi richiesto cortesemente di esaminarla quando si valuta se prenderlo al proprio servizio quando libero da impegni (ronin: uomo onda).

Per alcuni la vita errante è una scelta di vita, per altri un passaggio necessario per comprendere la propria missione.

La vita erratica di questi samurai li pone infatti a contatto con diverse scuole di spada, permettendo loro una migliore visione d’assieme dei principi delll’arte.

Anche il corredo rispecchia la natura del samurai, che lo sceglie curando che sia coerente con la sua filosofia.

Questo wakizashi di epoca Kambun è montato in stile aikuchi, normalmente utilizzato per i tantô.

I menuki, borchie applicate al manico per migliorarne la presa, rappresentano corvi. Il kozuka, coltello di servizio inserito nel fodero, rappresenta simbolicamente un samurai, sotto le sembianze di un gufo che sopporta impassibilmente lo scherno dei corvi. Attenderà la notte per reagire, nel suo ambiente preferito, senza lasciarsi condizionare dagli avversari.

E’ in questa epoca che si inizia a praticare l’arte della spada nelle corti delle dimore signorili.

La disposizione dei dojo tradizionali si mantiene ancora oggi fedele a questa tradizione.

 

 

 

 

 

 

In epoca moderna si tende a sottovalutare la valenza formativa delle antiche discipline (koryu) attribuendo loro soltanto quell’efficacia pratica che si vuole, perduta nelle discipline moderne.

Questo discorso va affrontato con cautela. Non ha alcun senso considerare ad esempio lo  iaidô o battodô come una iscipline di combattimento, collocandosi esso in contesti avulsi dalla realtà.

Sappiamo infatti che il porto della katana era regolamentato, ed era espressamente vietato all’interno dei locali pubblici e delle abitazioni private.

In questa scena tratta da un film del maestro Kei Kumai vediamo infatti un brusco invito ad allontanarsi rivolto ad un samurai: gli viene porta la sua spada, senza rivolgergli alcuna parola ma facendogli inequivocabilmente capire che deve riprenderla ed uscire.

Se ne deve concludere che gli esercizi base di estrazione della spada dalla posizione di seiza tenuta normalmente all’interno degli edifici, privati o pubblici, non hanno pretese di realismo. (nella immagine il maestro Hakudo Nakayama, Muso Shinden ryu)

La vera ragione d’essere di queste discipline risiede in ambito superiore: nella necessità di forgiare lo spirito del guerriero obbligandolo a confrontarsi con se stesso prima di pretendere di affrontare qualunque avversario, che gli viene anzi momentaneamente – ma forse per sempre – sottratto.

 

L’equilibrio ultramillenario che ha reso possibile in Giappone ed anzi necessaria la nascita della cultura della spada ed il suo successivo fiorire, è destinato ad infrangersi.

Si avvicina Il tramonto dell’epopea samurai.

 

 

 

 

 

 

Alla metà del XIX secolo il volontario isolamento esterno deciso dai Tokugawa non appena preso il potere, nel 1600, venne interrotto con la forza, con l’arrivo di una flotta statunitense nella baia di Uraga, ad occidente di Edô, al comando dell’ammiraglio Perry.

Sotto la minaccia dei cannoni i rappresentanti dello shogun vennero costretti ad aprire le frontiere ed a firmare dei trattati comemrciali, ed immediatamente dopo a fare lo stesso con i rappresentanti di numerose altre potenze straniere.

 

I tradizionalisti, decisi a ricacciare gli stranieri ad ogni costo, reagirono immediatamente, con attentati e azioni di guerriglia.

Gli agguerriti feudi meridionali di Tosa, Choshu e Satsuma, oltretutto quelli maggiormente esposti alla aggressività delle potenze straniere,  chiedono l’intervento dell’autorità imperiale per annullare le decisioni dello shogun.

Nel 1868 sale al trono il giovanissimo imperatore Meiji, che regnerà fino al 1912.

Sembra una facile preda per la dinastia Tokugawa, che ha consolidato il suo potere da oltre 250 anni.

Sarà invece lui a guidare il Giappone nel travagliato processo di trasformazione.

Paolo Bottoni
Dojo Fujimae di Pisa
www.aikidopisa.it

NOTA: Le immagini che illustrano i costumi tipici dei samurai di epoca Edo provengono dalle opere dei maggiori maestri del cinema jidai giapponese: Akira Kurosawa (Kagemusha), il suo allievo Takashi Koizumi (Ame agaru), Kei Kumai (Il mare e l’amore), Kon Ichikawa (Dora heita), Nagisa Oshima (Gohatto).

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