Benedict: Il crisantemo e la spada

Benedict: Il crisantemo e la spada

Teguchi Yoshimori: i vassalli dell’imperatore Sutoku si raccolgono per preparare la guerra di Hogen

Riguardo la superiorità teoretica dell’impegno immediato verso il clan [giri] nei confronti dell’impegno verso una autorità secolare lontana, rappresentata dalla shogun [chu] commenta: Tutto ciò, ovviamente, è una creazione della fantasia, perché, di fatto, la storia feudale giapponese è molto ricca di esempi di seguaci di un signore la cui fedeltà veniva comprata dal daimyo della parte nemica.

Affermazione tutto sommata inesatta, equivalente al dire che non esistono persone oneste poiché abbiamo molti esempi di comportamenti disonesti. Oltretutto si tratta di un tipo di azione che la stessa Benedict ha già motivato spiegando come il sottoposto si consideri libero da ogni impegno e diventi anzi fiero nemico del suo signore quando ritiene di essere stato trattato ingiustamente o che gli vengano dati ordini suscettibili di violare le regole di comportamento gimu, possa anzi arrivare al punto di considerare questa sua scelta doverosa e necessaria, svincolata da ogni interesse o risentimento personale.

E che forse non tiene conto di un’altra acuta osservazione della stessa autrice: il giapponese riconosce ed ammette la dualità dell’animo umano ma non la divide tra buono e cattivo quanto piuttosto tra raffinato e rozzo.

L’obbligo di adempiere ad un impegno on per ricambiare un favore sarebbe secondo Benedict considerato negativo dal giapponese medio, al punto da arrivare a rinunciare ad un aiuto necessario pur di non sentirsene obbligato. Non si può fare a meno di proporre un paragone con la situazione odierna degli Stati Uniti, che si va diffondendo a macchia d’olio in tutto il mondo, dove spesso non si presta soccorso per evitare noie, se non addirittura una causa di risarcimento danni da parte della persona che si sta cercando di aiutare ove l’aiuto si fosse dimostrato insufficiente. Cosa è meglio?

In definitiva la società tradizionale giapponese, certamente non esente da vizi intrinseci – che gli stessi giapponesi conoscono e denunciano – non sembra essere stata particolarmente deficitaria nell’assolvere al compito primario di tutte le comunità organizzate: superare i limiti individuali attraverso la cooperazione e la solidarietà, non mancando di esercitare una pressione morale sopra i propri componenti, allo scopo di ottenerne l’allineamento alle regole considerate necessarie senza dover ricorrere a mezzi coercitivi, ma piuttosto sfruttando il senso di vergogna haji, che pervade la persona che si sente in debito.

E’ inoltre immanente la presenza di una autorità superiore potenzialmente in grado di emanare disposizioni ultimative anche in deroga alle convenzioni e ai condizionamenti sociali, che almeno in un caso – e recente – ha dimostrato di poter avere effetti positivi: ci riferiamo all’intervento dell’imperatore alla radio che, per quanto sul momento compreso fino in fondo da ben pochi in quanto utilizzava l’aulico linguaggio di corte sconosciuto alla gente comune, ebbe il potere di porre immediatamente fine alla seconda guerra mondiale, senza ulteriori spargimenti di sangue, annullando senza resistenza il condizionamento sociale di decenni di politica estera aggressiva e di militarizzazione, mentre il popolo giapponese accettava l’ineluttabilità se non addirittura la necessità della sconfitta senza alcuna ombra degli atteggiamenti disfattistici e di autocommiserazione descritti innanzi.

Solamente 10 giorni dopo la resa del Giappone, veniva infatti scritto sullo Yomiuri Hochi, un autorevole periodico:

La sconfitta militare deve servirci da stimolo… [se riflettiamo sul fatto che] per il popolo giapponese è stato necessario arrivare proprio fino alla sconfitta nazionale per imparare a tenere veramente conto del resto del mondo e per imparare a vedere le cose nella loro reale oggettività.  …  Occorre coraggio per riuscire a guardare questa sconfitta senza paraocchi, per considerarla come un semplice dato di fatto [ma dobbiamo tuttavia] riporre ora la nostra fiducia nella cultura nipponica di domani.

Molto importante, ed acuta, ma non sufficientemente approfondita, l’osservazione che il popolo giapponese tutto persegue non solo il raggiungimento della abilità tecnica, ma soprattutto quello di uno stato d’animo di assoluta serenità, descritto con termini differenti a seconda che venga manifestato da un attore, da un maestro del te o da un maestro di spada, ma generalmente definito come muga, tale da consentire l’eliminazione di ogni barriera tra il pensiero e l’azione. Barriera che viene definita “io che osserva” o “io che interferisce”, in modo non dissimile da come il maestro di aikido Hiroshi Tada sensei distingue tra concentrazione relativa e concentrazione assoluta, ribadendolo in occasione di conferenze (2002), articoli (2005) e lezioni magistrali per insegnanti (2006). Sono pubblicate nella rivista Aikido dell’Aikikai d’Italia.

Non va inoltre dimenticato che il pensiero giapponese privilegia l’utilizzo, certamente soprattutto negli impegni più importanti, ma tendendo a dare importanza anche ad ogni minimo impegno, dell’aiuto endogeno jiriki, frutto della autodisciplina e della coscienza della propria missione e dei propri mezzi ed alimentato dalla forza del jicho, il rispetto verso se stesso, piuttosto che dell’aiuto esogeno, tariki, proveniente dall’esterno e proprio per questo non completamente affidabile e non perfettamente adattabile alle nostre esigenze.

Concludiamo questa proposta di interpretazione del testo con l’analisi, non esauribile in poche righe ma necessaria, di uno dei fraintendimenti in cui sembra essere incorsa la Benedict, probabilmente poco influente nel bilancio complessivo della sua analisi, ma indicativo della non ancora sufficiente “sensibilità” od armonia (che vorremmo rendere con la intraducibile parola giapponese ki) con cui è stato affrontato nel testo l’incontro con la cultura giapponese, che fa del makoto, la sincerità una delle sue colonne portanti, non può quindi essere soggetta di esagerate dietrologie. Non ne attribuiamo alla Benedict la colpa, ha raggiunto anzi probabilmente superato i limiti allora possibili. Abbiamo però il dovere di non fermarci là dove ella ci ha portato, ma di andare avanti.

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