L’aikido di Morihei Ueshiba e la Coscienza Dionisiaca

L’aikido di Morihei Ueshiba e la Coscienza Dionisiaca

Dioniso, opera del II secolo d.C. Museo di Palazzo Altemps, Roma

All’aikidoista, illuminato dall’esperienza correlata e non conflittuale del nuovo stile di coscienza, compete saperlo, nel senso etimologico latino di sapere, ovvero esserne impregnato; con tutta la determinazione occorrente grazie al modello marziale.

Se rimanesse solo una prassi senza risolversi nel coerente mutamento di coscienza, l’Aikido, quello comunemente diffuso e malinteso, finirebbe per costituire uno stilema anche affascinante, ma atteso al varco della riprova estrema nel qui ed ora emotivo, guarda caso enclave del femminile, dalla prospettiva solo maschile-apollinea. Ma costituirebbe in ogni caso sul piano sociale, trattandosi di una disciplina relazionale, che implica necessariamente l’altro, almeno un livello superiore alla mera esortazione verbale, o allo spesso tardivo tentativo di riarmonizzazione attraverso la sanzione giudiziaria, sulla cui natura (concetto di pena, da cui scaturisce il diritto penale) neanche gli addetti ai lavori sanno rispondere. Sarebbe comunque un – timido – passo avanti.

La coscienza dionisiaca, anche nella sistemazione che ne fa la filosofia (Giorgio Colli, Apollineo e dionisiaco, Piccola biblioteca Adelphi), risulta alternativa a quella apollinea in quanto quest’ultima “...come il suo eponimo appartiene alla gioventù, uccide a distanza (la sua distanza uccide) e, mantenendo il taglio scientifico dell’oggettività, non si mescola né si sposa mai col suo materiale.” (Hillman op.cit. Pag. 261).

Quanto profetiche queste parole nell’epoca oggi del distanziamento sociale, del timore di toccarsi, di contagiarsi… Il salto quantico nella coscienza potrà avvenire solo quando l’espressione di Ueshiba (ware wa uchu nari) io sono l’Universo, testimoniando un’Unica Armonia senza separazioni, sarà compresa e metabolizzata fino in fondo.

La questione però non è assumere un sistema (Dionisiaco), per contrapporlo ad un altro (Apollineo), allo stesso modo in cui una religione monoteistica ne vuole soppiantare un’altra, o la visione matriarcale quella patriarcale e viceversa. Infatti non è un caso che tale mutamento non concerne gli uomini in quanto maschi, perché l’apollineo come archetipo “…è indipendente dal genere della persona tramite cui agisce, cosicché l’integrazione del femminile è una questione che non riguarda solo gli uomini ma anche le donne.” Hillmann op.cit. Pag. 262.

Così come il concetto di Multiverso sembra ipotesi più appropriata di quella di Universo, una policentricità della coscienza non più presuntamente unitaria, in uno alla visione neopoliteista della psicologia archetipica, si propone in maniera più necessariamente eclettica di fronte ai problemi che vorrebbe risolvere.

Lo stile di coscienza apollinea, con la sua fantasia di superiorità nei confronti del femminile, corrisponde a quella monoteista del Dio ebraico, contraddetta solo dal dogma dell’Assunzione a metà del secolo scorso, senza che questo abbia prodotto significativi cambiamenti di struttura, nello sbilanciamento a favore del maschile tutt’ora permanente nella Chiesa di Roma.

Ma non è più tempo di affidarsi alla presunta depurata oggettività e chiarezza scientifica della coscienza maschile apollinea, quando tutto ci chiede di “andare incontro” alle strutture psichiche -quasi sempre inconsce- che dominano soggettivamente la nostra apprensione dei dati, rendendola malfida, come ad un nemico da riconoscere e nel migliore dei casi da ammansire.

Gli uomini onorano ciò che giace nella sfera della loro conoscenza, ma non si rendono conto di quanto dipendano da ciò che giace oltre” diceva non a caso Chuang tzu, che oltre a risultare così antesignano di Freud, era anche un provetto spadaccino e il più esoterico dei taoisti.

Integrare l’aspetto oscuro, non distruggere o causare distruzione perché esso aspetto oscuro è tale, in quanto è stato op-posto, e come tale essendo travisato nelle vesti di minaccia, non è riconosciuto come contro-parte inevitabile, proprio del e dall’unilaterale stile di coscienza. E’ il problema del marziale come accumulo di potenziale distruttivo, anche raffinato, nei confronti dell’altro, demonizzato a priori. Uno strumento che prende la mano, satura la capacità di coscienza, non lasciando altro spazio di potenziale creatività, per rapporti, che non siano appropriazione/sopraffazione.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne. Galleria Borghese, Roma

Come in quella statua di Bernini la bella Dafne, la desiderata Dafne, sceglie di sottrarsi, di farsi pianta, natura indeterminata, in quanto sente di non aver scampo dall’ottica reificante di Apollo che vuole ghermirla, e non trasformarla e lasciarsi trasformare dall’incontro con lei.

Nella scienza la coscienza prende cognizione della materia imponendo un ‘taglio’, una linea di confine tra se stessa e il materiale. Nella scienza la femminilità della materia non può mai essere realmente conosciuta, e in questo modo, il metodo si rivolge contro se stesso…E’ come se la scienza fosse inibita nell’immaginare l’uguaglianza dei sessi dal tipo di coscienza richiesto per il lavoro scientifico…” Hillman, Op. cit. pag. 259.

Allora “sebbene Dioniso sia una figura maschile e fallica, non c’è misoginia nella struttura di coscienza che egli incarna, giacché questa non è divisa dalla sua femminilità…Nel mutamento indicato da Dioniso il femminile non viene aggiunto al maschile o integrato da quest’ultimo; al contrario, l’immagine mostra una coscienza androgina, dove maschile e femminile sono uniti fin dall’inizio. La coniunctio non è un risultato, ma un dato.

In altre parole, per curare la follia autodistruttiva planetaria da cui siamo presi, occorre incontrare e integrare proprio quello che definiamo pazzia, non relegarla nell’ombra del processo esistenziale “omologato”, di quel vivere tanto civile, democratico e sano, da comportare regolarmente ricorrenti bagni di sangue. Naturalmente occorre affrontare il terrore di “contagiarsi” con l’altro, con l’oscuro; solo allora, con i costi inevitabili, potrà farsi disponibile lo stile di coscienza necessario ai nostri tempi e bisogni. Non può essere un’operazione indolore, va fatta riconoscendo come gli antichi greci, la sostanziale identità di Dioniso ed Ade, la necessità di ricomprendere il mondo infero e la morte, nella visione illuminata della Vita. Ciò che ci rifiutiamo di vedere per timori e paure, torna presto ad aggredirci alle spalle, elevato a potenza…

Ricorda che sempre vita e morte avrai sotto i tuoi occhi. Forse vorrai fuggire, ma non sarà concesso”. Morihei Ueshiba.

La follia della guerra voluta dalla classe dirigente della nazione, indusse Morihei Ueshiba alla follia – dall’opposto e non correlato punto di vista – dell’abbandono dei ruoli privilegiati in quella società, del ritiro anonimo in campagna, della trasformazione dello scontro marziale in incontro con l’opposto, ovviamente senza poter negare tutto il rischio ed il pathos connessi. Ripristinando così l’unità del tutto, la non separatezza, dove il nemico va identificato e riconosciuto a partire dal dentro di noi: Agatsu Masakatsu, vera vittoria, vittoria su di sé, vittoria del Sé.

Nel momento del fulgore della massima, magica efficacia e significatività dell’Aikido, il Fondatore ci appare un vecchietto sdentato e sorridente, un saggio benevolo, accogliente come solo il femminile consapevole sa esserlo, dove i possenti muscoli pettorali invecchiando si sono trasformati in un seno cadente (V. Aikido Journal), avendo attinto un livello non più succubo della mera forza fisica, nella coscienza che il ruolo della creaturalità è vivere, non vincere: neanche sulla morte.

Lo statuto filosofico universale dell’Aikido.

E’ questa a mio modo di vedere e a sintesi finale del presente elaborato, la maniera che giustifica l’appellativo di benevolo, a colui che si pone come distruttore nella Trimurti induista: Shiva.

Col suo satchitananda (essereconsapevolezzabeatitudine, congiunti senza trattini, in una categoria olistica del pensiero e del linguaggio ancora in elaborazione…) carico di energia, nell’evoluzione degli stili di coscienza, si porge all’occhio umano più pregnante del lontano e meno paradossale Brahma, come il vero padre dell’ebbrezza dionisiaca del Vivere.

La Vita in atto proprio qui, proprio ora.

 

Angelo Armano
Centro Metamorfosi Sorrento
www.bannenaikido.it

Foto di P.B.

 

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