L’aikido di Morihei Ueshiba e la Coscienza Dionisiaca

L’aikido di Morihei Ueshiba e la Coscienza Dionisiaca

Dioniso Ludovisi. Copia romana da originale greco del IV secolo a. C. Museo di Palazzo Altemps, Roma

Una coscienza che includa la corporeità del gesto, il suo quantum emotivoenergetico (senza trattini!), la capacità di riflessione profonda e di prospettica spirituale, appare più compatibile con il livello complesso della società attuale e dei suoi processi decisionali. Questo, beninteso, al fine di nutrire una speranza, in quanto il livello di gestione planetaria di questo stato di cose, somiglia sempre più alla “Cina” dei mandarini (leggi Direttorio della finanza), i quali a differenza del popolo erano i soli a detenere il potere, derivante dalla “capacità di leggere il linguaggio” scritto.

Se ci arrendiamo, tanto vale ridurci alla mera teoria del caos! Accada ciò che ha da accadere… Ma se ancora aneliamo al contrario, per realizzare quel livello di coscienza, occorre una prassi che sia come un’arte (da Nietzsche e da Onisaburo Deguchi ritenuta la madre della religiosità): riflessione, gesto e creazione, insieme! E la forza sia interiore che fisica, per metterla in atto.

L’Arte della Pace, come poeticamente qualcuno ha chiamato l’Aikido, ha da subito la caratteristica paradossale di collocare nel Budo, nella marzialità, il suo luogo esistenziale. Già la semiotica della parola budo, il suo kanji, implica l’apparente contraddizione di una capacità di “fermare le armi”.

Si vis pacem para bellum”: è questo il livello dell’Aikido, oppure Morihei Ueshiba è stato capace di andare oltre?

Il parallelo con la coscienza dionisiaca si propone proprio di accertarlo. A tal punto e prima di procedere oltre, occorre una precisazione: quando parlo dell’Aikido, mi riferisco essenzialmente a quello di Morihei Ueshiba, e coerentemente con il discorso fatto in premessa, non mi posso accontentare di una rassomiglianza formale (di mere forme), ma debbo necessariamente riconoscerlo, attraverso il livello complesso di coscienza che esibisce e mette in atto. Attraverso un’osmosi devo realizzare quel livello di coscienza, lo sfondo dei kuden di Osensei

Così sembra di sentire Vico, quando rapportandosi al nemico al fine di salvare sé e l’altro -e non per una sottigliezza strategica al fine di distruggerlo-, Ueshiba invitava a mettersi al suo posto, sia materialmente con uno spostamento, sia attraverso la congiunzione empatica del movimento e con le intenzioni. Una “comprensione”, a tutti gli effetti, nel senso perorato da Dilthey, e da Edith Stein.

I successori del Fondatore dell’Aikido, nella maggior parte e con diverse sensibilità, lo hanno seguito su un livello di avvicinamento ed imitazione strumentale, anche utilitaristica, quasi sempre senza riprodurre il pathos necessario, il calore di cottura indispensabile per qualsiasi vera realizzazione spirituale, e a quel livello coscienziale in particolare.

E’, illuministicamente, aver seguito solo la strada di Apollo, l’essoterico, la mera parola, il manifesto, il duale soggetto-oggetto. Riconoscerlo nell’oggetto, riconoscendolo nel soggetto, e attraverso il percorso riconoscermi nell’armonia dei contrari internecessari (la prassi dell’Aikido): ecco nella cripticità della proposizione, un abbozzo della coscienza dionisiaca e del suo metaforico, con la quale voglio provare ad interpretare meglio il fenomeno, alla luce della complementarietà.

La logica disgiuntiva si avvale dell’opposizionismo: le coppie luce-buio, maschio-femmina, bello-brutto, amico-nemico, corpo-spirito, tesi-antitesi, NASCITA-MORTE, e l’infinito numero di ulteriori esempi possibili, sono considerati il motore dialettico della realtà. Lo stesso concetto hegeliano di sintesi non vale, in uno stile di coscienza opposizionistico, se non come proposizione di una nuova tesi.

Questo tipo di frammentazione, in cui storicamente la sintesi altri non era se non il momentaneo vincitore, non è più accettabile in una situazione come quella descritta sopra da Galimberti, in cui il soggetto virtuale Tecnologia, ha ridotto ad oggetto l’uomo materiale. Dono degli dei per esaltare le facoltà dell’uomo, la Technè sta esibendo il suo lato avviluppante ed antiumanistico, a livelli inusitati di potenziale distruzione planetaria, come è palese dal dopoguerra in poi, in un crescendo di modalità anche indirettamente autodistruttive (inquinamento, dittatura telematico/sanitaria…). L’unilateralità accumulativa/ossessiva dei processi produttivi da liberismo sfrenato, come un cancro che prolifera un sol tipo di cellule, fa da catalizzatore al processo di cambiamento climatico, per quanto in qualche misura naturale, possa esso anche venire riconosciuto.

Una logica congiuntiva, invece, che non decifri la realtà in maniera unilaterale, nell’alternativa assoluta di vincitore e vinto, di bene e male (fittizi nella loro intercambiabilità), ma al contrario nel bisogno di riconoscermi in ciò che mi si op-pone, sia sul piano materiale che su quello impalpabile, è la premessa di un processo di collegamento e coesistenza di tutte le cose tra di loro, in nome di quel soggetto unico senza oggetto, transpersonale e collettivo: la Vita, o il Vivente che dir si voglia.

Shiva Nataraja (re della danza), X secolo. Museo Pigorini, Roma

Un tipo di coscienza del genere esisteva già nel mediterraneo (ma non era difficile nel percorso geografico che ha prodotto le lingue indoeuropee, riconoscerne gli antecedenti orientali): Dioniso e prima di lui Shiva, prendendo atto sia pure in maniera semplificata in senso diacronico delle contaminazioni, delle rotte di incrocio culturale verso est (Tibet, Cina, Giappone), e verso ovest (Persia, Egitto, Grecia).

Le letteratura su Dioniso è pressoché sterminata e, ai fini più circoscritti del presente contesto, focalizzerò una lettura dalla psicologia del profondo, servendomi in particolare delle ipotesi di James Hillman e del suo saggio sulla femminilità psicologica, quello conclusivo del volume Il mito dell’analisi, Adelphi.

Il rapporto spirito-materia e le difficoltà di una loro armonia riflettono, dal punto di vista psicologico, precedenti difficoltà nell’armonia di quegli opposti che chiamiamo mente e corpo o, ad un livello ancora più profondo, maschile e femminile.” Hillman, op.cit. Pag.228.

Guarda caso la mia professione, che consiste proprio nell’occuparmi delle vicissitudini giudiziarie di conflitti, me ne fornisce verifica attraverso il perdurante clamore di esasperanti e ripetuti fatti di cronaca, in uno alle riflessioni a livello politico sull’introduzione di una figura particolare di delitto detta femminicidio.

Su tale ultimo argomento, nell’eccesso di distinguo verbale e sostanzialmente solo formale, in una legislazione inflazionata rispetto ad una giustizia impotente, il rischio è semmai di acuire contrapposizioni di genere, nel collettivo.

Va benissimo parlare delle nuove teorie della materia, della relatività di materia e spirito, della fine del materialismo, di sincronicità e di unus mundus, e della possibilità di una nuova scienza universale in cui materia e spirito perdano il loro carattere di polarità ostile; ma queste sono tutte proiezioni dell’intelletto e tali resteranno fino a che non si verificherà un corrispondente mutamento di atteggiamento verso la parte materiale dell’uomo stesso, che, come Jung dice, nella nostra tradizione è stata sempre associata al femminile.” Hillman op.cit. pag. 229.

Una prassi, attraverso la quale far accadere questo processo di trasformazione dell’atteggiamento nell’uomo, è sicuramente l’Aikido. Un’arte che si proponga l’armonizzazione in maniera concretamente corporea, materiale prima ancora che etica, con l’opposto, col nemico che viene per ucciderti, è già una risposta di peso. L’atteggiamento interiore dell’aikidoista, deve necessariamente essere quello di divenire tutt’uno con il suo opponente, di “fondersi” con esso.

Questa fusione in modo del tutto analogo a quella nucleare ricercata da Rubbia and company, comporta l’attingimento di un livello psicoenergetico superiore, con la creazione di “un’altra realtà”, di cui invece si allude con la vaghezza di un inattingibile, nel mondo purtroppo corrente dell’Aikido. E’ invece proprio il Fondatore Ueshiba Morihei, in un suo kuden a parlare come un epigono della teoria della relatività, di “tecniche” indifferenti al problema della velocità, di modi al di là del tempo e dello spazio.

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